venerdì 16 dicembre 2016

CONSIDERAZIONE SU 25 ANNI DI CRISI POLITICA



[ Scheda di Beppe Vandai per Volta La Carta!! ]


*** PRIMA PARTE ***


Gli ultimi venticinque anni di vita politica nazionale sono una storia di discesa agli inferi, di autoconsunzione delle basi di una democrazia moderna e di affermazione dell’oclocrazia, concetto e termine che sta a significare “democrazia populistica”. Non lo uso per far mostra di una cultura classica. Il fatto è che già nell’antica Atene prima, e nell’antica Roma poi, il fenomeno era ben conosciuto. A coniare il termine “oclocrazia” fu Polibio, nel 2° secolo a.C. È un termine forte e preciso che ben si attaglia a mio avviso alla situazione in cui ci troviamo.

Dividerò la mia analisi in due o tre parti, seguendo un ordine parzialmente cronologico e parzialmente sistematico. Nella prima mi dedicherò alla destra e alla forma ultima, più conclamata, di oclocrazia, anche se non identificabile né con la destra, né con la sinistra: il M5Stelle. Nella seconda invece mi occuperò della sinistra.

Perché questa suddivisione? Penso sia quella giusta perché la forte spinta alla destabilizzazione e decostruzione della democrazia così come la avevamo conosciuta in Italia dal 1945 all’inizio degli anni ’90, sia stata opera della destra. È stata infatti la destra ad agire, mentre la sinistra si è aimè occupata solo del reagire. Il salto al M5S si impone poi per via di forti elementi di continuità tra l’azione della destra ed il modo di attaccare la politica tradizionale da parte dei pentastellati. Anche se l’obiettivo della loro polemica e della loro azione politica spesso è stato Berlusconi ed il suo sultanato, il modus operandi del M5S è per molti versi omologo a quello della destra italiana negli ultimi 25 anni.




LA LEGA NORD

            Il primo grande scossone venne senza dubbio dalla Lega Lombarda, poi Lega Nord, le creature di U. Bossi, tenace e ostinato condottiero dell’autonomismo e della rivolta del Nord. Aldilà della piena legittimità democratica di questo movimento, che gli va riconosciuta, e pur lasciando da parte le velleità separatiste che ogni tanto hanno fatto capolino, la Lega Nord è stato ed è un forte elemento di corrosione e destabilizzazione della democrazia nel nostro Paese. Come se non bastasse, è un assurdo logico e strategico. Questo vale a mio avviso sia per la fase bossiana (la prima e più lunga) che per quella salviniana (la seconda e, spero, la più breve). Facciamone uno schizzo.

            PRIMA FASE.
A caratterizzare la prima fase della Lega sono stati questi fenomeni:
A ) La protesta, la rivolta contro Roma, contro il potere centrale ed il sistema dei partiti nato con la Repubblica. I bersagli grossi della protesta furono l’inefficienza dello Stato ed il peso, ritenuto eccessivo, della tassazione, lo sperpero di risorse pubbliche, il ‘diritto’ del Nord a gestire da solo e per sé stesso quelle risorse.
B ) A questo però si aggiungeva un’ideologia antistatale. Un’ideologia che pretendeva lo stato ‘leggero’ o ‘ultraleggero’ e propalava l’idea che l’azione dei privati sia sempre superiore a quella pubblica. Il terreno in Italia per queste idee, direi quasi, per queste pulsioni elementari, è sempre stato assai fertile, visto che il Paese è giunto tardissimo e male a costituirsi in Stato nazionale. Basti pensare al boicottaggio cattolico-romano e alla ristretta base sociale del liberalismo postunitario e della monarchia sabauda,
C ) La rivolta contro il politically correct, contro il galateo democratico della Repubblica, la rottura con i codici di comunicazione politica. Di più. La rottura con i metodi di mediazione tra i differenti interessi e le differenti strategie politiche. La tendenza a farsi voce diretta del popolo, quindi a portare la democrazia lungo derive plebiscitarie, al legame diretto con il capo, carismatico o presunto tale.
D ) La rivalutazione dell’interesse immediato e bruto, ovvero di un utilitarismo a corto raggio. L’atavico particolarismo italiano trovava così il modo di tornare a celebrare i suoi fasti. E chi credeva di essere il futuro era invece la vittima di un passato lontanissimo. Mi si permetta anche di far notare, da lombardo, quale brutta figura abbiamo fatto. Noi lombardi abbiamo dimostrato di non essere capaci di leadership, di egemonia culturale, direbbe un gramsciano, di non esser capaci di costruire una classe dirigente in grado di pensare in grande, di elaborare strategie coinvolgenti anche per gli altri italiani. Queste cose le aveva capite benissimo il gran lombardo, l’ingegnere C.E. Gadda, quando nei racconti e nelle riflessioni ci spiegava che alla borghesia milanese interessavano più di ogni cosa la rubinetteria, gli scaldabagni, la cromatura delle maniglie. Una cosa astratta come lo Stato non è mai stata capace di maneggiarla.
E ) Conseguenza di tutto questo: la Lega si costruiva organicamente come un partito anti-partito. Questo lo portò ad una notevole consonanza con partiti anti-partito vecchi e nuovi. Il vecchio: Alleanza Nazionale, erede a tutti gli effetti del MSI, il partito neo-fascista che sempre sfregiò il codice repubblicano e democratico. Il nuovo: Forza Italia. Si notino però le macroscopiche differenze. AN era profondamente anti-liberista, credeva nella funzione insostituibile dello Stato; non solo, era centro-sudista. FI era liberista e intimamente nordista.
            Ebbene, la Lega Nord divenne, tranne la fase che va dall’autunno del 1994 a circa il 1997, organica la centro-destra. Ecco perché poco sopra ho parlato della Lega come assurdo logico-politico. L’alleanza del Popolo della libertà era un progetto intimamente contraddittorio quanto lo può essere un progetto centralistico-federalista o privatistico-statalista, quanto lo è la quadratura del cerchio. Di fatti, anche quando questa alleanza dispose di maggioranze ampie non riuscì a combinare granché. Gli effetti deleteri, di lungo periodo, però non tardarono a manifestarsi. Qui parlo di Lega, ma vale per tutto il centro-destra. Come si può, con progetti contraddittori, selezionare una nuova classe dirigente, attirando gente preparata e disinteressata? La debolezza della strategia veniva coperta da parole grosse e grossolane, dagli show di Berlusconi, dal pullulare di trasmissioni e di giornali da suburra (vedi ‘Libero’ o ‘Il Giornale’ o ‘La Padania’).
Da allora fu tutto un dilagare di improvvisati della politica, scattò l’arrembaggio degli inesperti-coraggiosi (o sfrontati). Fu un appello all’ascesa dall’idiota nel senso più stretto e originario del termine (in greco l’ idiotés è colui che non ha un certo know how, un dilettante.) Quanti leghisti o forzisti negavano nei fatti, e nelle loro dichiarazioni, la complessità del reale! Si sono pure teorizzati e idealizzati i partiti liquidi, personali, plebiscitari. Come meravigliarsi poi se così facendo si è compiuta la distruzione e autodistruzione della classe dirigente in Italia?
Sia come sia, la prima fase della Lega coincise perfettamente con questa opera autolesionista del Paese, aldilà del fatto che in alcune realtà locali la Lega abbia anche governato bene. Non le va negato ad esempio il fatto di essere stata l’unica realtà del centro-destra che riuscì a radicarsi stabilmente in certi territori. Ma una classe dirigente nazionale di un livello appena accettabile non è mai riuscita a crearla. E questo per difetti congeniti.

SECONDA FASE.
Questa si identifica grosso modo con l’avvento di Salvini e di gente come Borghezio. C’è una notevole continuità con il passato. Non potremmo capire il fenomeno Salvini o la Lega attuale se non conoscessimo quanto fu seminato nella prima fase, in termini di linguaggio, di habitus politico e via dicendo.
Ed il nuovo? Non è poca cosa, ma è più frutto delle contingenze che di una strategia pensata e prefigurata. I leghisti di oggi sono particolarmente ringalluzziti e spadroneggiano nel centro-destra per il semplice fatto che il berlusconismo ha fatto naufragio, o quasi.
Quel che però mi preme sottolineare è la nuova contraddizione che il leghismo porta ora in sé. In Salvini e nel leghismo attuale convivono due tendenze che fanno a pugni. Da un lato il continuo appello anti-stato alle forze generatrici e rigeneratrici dell’azione privata e del mercato, dall’altro la protesta anti-euro e antieuropea.
 Circa la prima, basti pensare che insistono, in pieno stile liberista, a proporre la flat tax (cioè un’unica aliquota IRPEF) per di più a bassi livelli. Certamente, dal punto di vista economico, ne seguirebbero degli impulsi espansivi, che rischierebbero però di rivelarsi di breve durata, una sorta di doping o un grande fuoco di paglia. Sul medio e lungo periodo la flat tax spingerebbe certamente alla formazione di bolle finanziarie e immobiliari, destinate a scoppiare qualche anno dopo. Questo scenario lo abbiamo appena sconosciuto in anni recenti. Questo continuare negli errori del passato, questo rifiuto pervicace e stupido di fare i conti con la vera soluzione, necessariamente keynesiana, mi lascia di stucco.
Circa la seconda: ritengo positiva la reazione, la protesta contro l’Euro. Ma questo pone subito l’urgenza di una ripresa di autonomia nazionale dal Nord Europa. Se si è seri, la linea da seguire non può che essere di tipo sovranista, deve riproporre la questione del ruolo dello Stato nazionale quale baluardo e quale istanza regolatrice delle globalizzazione liberista. Ma i leghisti hanno forse le carte in regola da questo punto di vista? No. Dopo decenni di denigrazione della funziona dello Stato, con che faccia potrebbero presentarsi a proporre una svolta sovranista? Proprio loro, che in un recente passato, cantavano le lodi del modello bavarese, che si sentivano una seconda Baviera, che hanno da dire ora?
Detto brutalmente: devono decidersi tra due strade alternative, *quella di far divenire il Nord Italia a tutti gli effetti un satellite tedesco, ricco ed efficiente, oppure **quella di entrare in un processo di ricostruzione dello stato sociale, incardinato su un accordo capitale-lavoro, uno stato che ritorni ai modelli dei “trenta gloriosi”, con la programmazione economica, con le sue belle partecipazioni statali, necessarie più che mai per ricostruire una grande industria moderna, mettendo da parte il capitalismo delle rendite su cui si sono comodamente adagiate le grandi famiglie del vecchio capitalismo italiano.
Il tenere il piede in due scarpe non reggerà, né è una cosa seria. Tra l’altro offusca ogni tipo di progetto e contribuisce al processo marcescenza di quel poco di classe dirigente che è rimasto, un processo in cui proprio la Lega ha grandi responsabilità.


FORZA ITALIA


            Ah, se fosse rimasto solo un urlo da stadio! In fondo su questo partito ci sono poche cose da dire: un partito-azienda, un’anomalia per qualsiasi tipo di democrazia moderna. Una forza politica in generale un poco più composta della Lega, un po’ più borghese, ma anche un partito acchiappa-clientele, soprattutto al Sud.
            Ancora. È stato un partito del tutto dipendente dal leader, una sorta di tifoseria attaccata in ogni momento alle mosse, alla tattica che dettava il capo, alle sue capacità demiurgiche. Fu anche un grande trampolino di lancio per arrivisti che cercavano fortuna in politica, non avendone per lo più la competenza. Già, perché tutto sembrava e sembra facile nel mondo delle soap operas, tutto sembrava dipendere dalla capacità di far bella figura o di denigrare al meglio l’avversario.
            Forza Italia è stata l’irruzione del privatismo nella cosa pubblica: uno scandalo sistemico. Infatti il famoso conflitto d’interessi altro non era che uno sfregio alla democrazia, un’irruzione dell’oligarchia del denaro nel mezzo della democrazia. Un’irruzione che ha destabilizzato l’equilibrio tra i poteri e ha dato la stura ad una reazione rabbiosa di buona parte della magistratura. Una reazione a volte esagerata, sopra le righe. Non c’è da meravigliarsi che poi si sia diffusa una sorta di guerra per bande che ricordava e ricorda le lotte fra guelfi e ghibellini.
            Si è creato quindi un clima di divisioni inconciliabili, proprio nel momento in cui il Paese si era messo a veleggiare in acque nuove e pericolose, quelle della concorrenza voluta tra le nazioni all’interno dell’Europa e quelle della mondializzazione anarcoide nel resto del mondo.
            Ma torniamo brevemente all’inizio. FI non ha mai avuto la struttura di un partito. Non ha mai dato vita ad un confronto interno, non ha mai prodotto delle tesi o dei documenti programmatici su cui confrontarsi. Non ha mai voluto che si formasse una propria classe dirigente, selezionata in base al merito. Non ha mai fatto in modo che si creasse una sorta di cursus honorum al suo interno. Sì, perché Berlusconi non voleva impacci per le sue  giravolte in politica. Insomma, intenzionale fu la scelta di non formare una propria classe politica, né per sé né per il Paese.
            Ed è pure un dato di fatto che FI non abbia prodotto nemmeno l’ombra di una classe dirigente a livello locale, come invece la Lega. FI è stata come un grande porto di mare, un luogo in cui iniziavano e finivano carriere e ci si scambiava facilmente i ruoli. Se ci guardiamo intorno, cosa è rimasto di tutto questo? Se si guarda ai residui di gruppo dirigente che ha, si vedono persone con storie, umori e ‘stili’ assai diversi. Non si capisce perché possano stare assieme.
Ora, non è poi una grande scoperta, ma pur sempre una grande verità, quella di dire che proprio la debolezza e l’inconsistenza, o inesistenza, della classe dirigente sia il problema numero uno in Italia. La responsabilità principale è secondo me di Forza Italia. Sappiamo infatti che la moneta cattiva scaccia quella buona. Il primo a mettere in circolazione la cattiva fu proprio Berlusconi. Da allora, poco alla volta, tutti si misero a battere monete sempre più vili. Con questo non intendo però giustificare gli altri che si misero a coniare sempre peggio.



MOVIMENTO 5 STELLE


            Aldilà dell’orientamento, per lo più democraticistico, ‘popolare’ e ‘di sinistra’ della maggior parte dei suoi leader e sostenitori, aldilà delle giuste istanze di protesta, è con il M5S che si compie, a mio avviso, il passaggio definitivo all’ olocrazia e all’assemblearismo, stavolta però senza assemblea. Già, perché, grazie alle presunte potenzialità taumaturgiche del web, pure il contatto tra gli individui in carne ed ossa diventa secondario.
            Se aggiungiamo poi che il processo di formazione e diffusione del movimento avviene in un momento di tante isterie collettive, si capisce anche il proliferare della denigrazione, del sospetto, della delegittimazione dell’avversario, del complottismo. Chi è in questo meccanismo entra, anche senza accorgersene, nel ventre di una vera e propria sottocultura.
            Per Grillo provo ora una forte repulsione. Me lo ricordo ancora, ben più giovane, fare le sue prolisse concioni, a volte anche simpatiche. Lo ricordo come un eterno guitto, dedito allo sberleffo. Mi ricordo anche i temi a lui cari, come quello dell’ambiente, o le punzecchiature ai politici della Prima repubblica, le sue filippiche contro il berlusconismo. Tutte cose che condividevo. In fondo siamo cresciuti, negli anni settanta, nello stesso brodo di cultura.
            Quello che non sopporto e non gli perdono è stato il suo trasferire, senza alcuna mediazione, il mondo delle filippiche da stadio o da cabaret nell’agone politico. Di più. Nel compiere questa operazione, nel bel mezzo della crisi italiana, delle guerre per bande tra guelfi e ghibellini, volente o nolente ha prodotto due effetti nefasti:
a ) ha aumentato la confusione. Data la mancanza di una seria analisi delle radici della crisi italiana ha reso anco più difficile decifrarla e trovarne le soluzioni;
b ) ha incattivito ancor di più la lotta politica, secondo un modello orrendo, quello della contrapposizione nemico-amico, secondo la concezione pericolosissima teorizzata da Carl Schmitt. Non credo che Grillo e i suoi ne siano consci, ma hanno avvelenato talmente il confronto, che la politica viene ora intesa come una lotta ‘mortale’ tra fazioni, finché una prevale sulle altre. Per ora siamo per lo più alla sceneggiata napoletana o alla farsa, ma il confine con la tragedia è più fluido di quanto si crede.
            Con lui, un comico è diventato veicolo di una concezione aberrante della politica, che non è più il tentativo di avanzare una proposta per il bene comune, fatto da una forza politica pronta a mediazioni. Invece, con l’atteggiamento messianico che gli è proprio, nella sua visione della politica, una parte si arroga il diritto di afferrare ed egemonizzare da sola il tutto.
            Ancora. Se ci chiediamo se il M5S stia rispondendo al problema numero uno italiano, la formazione di una classe dirigente degna di questo nome, non possiamo che rispondere negativamente. Del resto il quadro che ci si offre è desolante: il M5S non offre un progetto coerente di uscita dalla crisi economica e sociale del nostro Paese, un modello economico pensato, gestibile da una classe dirigente in formazione; vi prevale sempre la volontà iconoclastica che punta sulla spirale rabbia/disastro; nel movimento alberga l’idea, o il sogno, della palingenesi, della purificazione radicale; si coltiva, con una concezione manichea, a tal punto l’odio per la casta, da farne un’entità aliena, altra dal popolo incontaminato.
Ma forse la cosa più stupida consiste nell’interpretazione che si dà della nostra crisi. La causa di tutti i mali sarebbe la corrrruzzzzione. Ragion per cui la panacea diventano l’onestà e la trasparenza assolute. Ebbene, questa è una vera e propria diversione, una campagna di rincretinimento politico. Si esagera il fenomeno, che pure c’è ed è grave, ma lo si tramuta in causa principale di tutto, dell’esplosione del debito pubblico, della mancata crescita, del deperimento voluto del welfare e dell’equità sociale, della mancanza di prospettive per i giovani. E poi, ammesso e non concesso che il fenomeno sia tanto macroscopico, come si può pensare di debellarlo con misure di salute pubblica? Al contrario serve un’idea di Paese, serve una politica del bene comune, su cui costruire alleanze, su cui ricostruire lo Stato. Qui sono le leve per far rinculare la corruzione. Tutt’altra cosa rispetto alla cultura del sospetto e del complotto, al diffondere un moralismo dozzinale.
            È un peccato che una forza che avrebbe potuto svolgere un’efficace azione di pungolo si sia impantanata così. Tra l’altro, così facendo, il M5S svilisce ed indebolisce la battaglia su cui si è dimostrato più attento, libero e lungimirante delle altre forze politiche, quella anti-eurista.



*** SECONDA PARTE ***



            Nella prima parte delle mie considerazioni ho sostenuto, anzi credo di aver mostrato, tre cose: a ) la crisi italiana si è cronicizzata, visto il ripetersi ormai regolare – tra l’altro a livelli sempre più scadenti – delle dinamiche e dei modi di comportamento tipici di un’oclocrazia (democrazia populista),  b ) un momento essenziale di questa recessione/depressione democratica è l’ormai conclamata carenza di una classe dirigente, c ) la degenerazione è stata promossa e veicolata dalla destra italiana, nelle sue quattro varianti (leghista, liberista, post- o cripto-fascista, cattolico conservatrice); ma da qualche anno la corrosione democratica ha raggiunto anche ampi strati di elettorato non di destra, arrabbiato e deluso, che ha trovato una rappresentanza nel Movimento5Stelle.

            Se quest’analisi è corretta e aggiungiamo che il Paese ha subito negli ultimi otto anni due forti ondate recessive, che tra queste si sono avute solo fasi di ristagno, che in questo periodo la produzione manifatturiera è calata di quasi il 25%, e che non ci sono le premesse perché la crisi economica e sociale venga superata, allora non è esagerato parlare di situazione da allarme rosso.

            Detto questo, ora parliamo di sinistra. Dicevo che la sinistra si è trovata, negli ultimi 25 anni, più che altro a reagire. Dobbiamo chiederci allora come ha reagito. Direi, male. Se avesse reagito all’altezza dei problemi che si presentavano, non ci troveremmo in una crisi tanto profonda. Le va comunque dato atto di aver combattuto senza risparmio per mantenere i presidi, le istituzioni, i modi di confrontarsi della democrazia repubblicana. Questo non è poco rispetto a quello che avrebbe potuto accadere, a quello che aveva in mente Berlusconi: il passaggio da una democrazia parlamentare ad una sostanzialmente plebiscitaria e cesarista. L’obiettivo è stato raggiunto, ma ciò non ha impedito che la nostra crisi in qualche modo si avvitasse.

*                     *                     *

            Non intendo fare un’ esame dettagliato dei tanti filoni della sinistra, da quelli più moderati che un tempo si identificavano nel Partito repubblicano o nell’ala autonomista del Partito socialista a quelli più radicali, che andavano dal Partito comunista alle formazioni della ex sinistra extraparlamentare, passando per la Sinistra della DC e dei settori cattolici terzomondisti. Credo che, per le ripercussioni di lungo periodo che si ebbero, vadano individuati e studiati soprattutto due filoni e due esperienze: ( A ) quella del PCI, e poi dei post-comunisti e ( B ) quella degli ardui sostenitori dell’economia di mercato (da collocare in parte nel Partito repubblicano, in parte nella sinistra DC e in parte nell’ala autonomista del PSI). È dall’evoluzione e dal progressivo avvicinarsi di questi due filoni che sono stati segnati i destini del Paese e la sinistra ha imboccato la strada che ci porta ai guai odierni.

            Circa ( A ). La tradizione del comunismo italiano, che poi si trasferì in parte nelle formazioni dei post-comunisti (PDS e DS), si può riassumere in questa breve formula: difesa stretta, coriacea degli interessi e dei diritti dei lavoratori + impegno ad allargare la base sociale della democrazia + strenua difesa dello Stato democratico e del suo nocciolo parlamentare + affievolimento della tradizione marxista più conforme ai modelli della terza internazionale + gramscismo (senza dubbio il contributo maggiore e più creativo al marxismo dato nel novecento). È noto il grande radicamento di questa tradizione, oltre che tra i lavoratori dipendenti, soprattutto nelle città, nelle ‘zone rosse’, nelle università, tra gli insegnanti, nel ceto medio più acculturato. Personalmente, a parte certi modi chiesastici di interpretare l’impegno politico, credo che il Paese intero, anche gli avversari del mondo del PCI, debba molto a questa tradizione.
            Un grosso punto debole, e grossi guai venivano però sul fronte economico, guai che mettevano a dura prova  la visione dell’economia del partito. Da un antagonismo molto ruvido al capitale, i toni si ammorbidirono cammin facendo. E se ancora negli anni sessanta e settanta gli intellettuali più avveduti e preparati del PCI e della CGIL avevano trovato un ancoraggio teorico ed un orientamento di politica economica in Keynes, in Sraffa e in Kalecki, questa tradizione andò via via perdendosi dagli anni ottanta, dalla forte ripresa del liberismo. Il punto dolente, che portò ad una svolta, o ad un affievolimento dell’interesse per quelle tradizioni economiche, fu il problema dell’inflazione. Com’è noto, negli anni settanta tutte le economie ne furono colpite, tant´è che si parlò di stagflazione (stagnazione+inflazione, una cosa che sembrava confutare la teoria economica keynesiana, la quale aveva portato all’ampliamento dello stato sociale e al compromesso capitale-lavoro). Ma l’Italia fu il paese che fece segnare tassi d’inflazione ben più alti dei suoi partner-concorrenti europei. La forbice tra la nostra inflazione e l’altrui aveva due gravi conseguenze: il deficit cronico della bilancia commerciale e la perdita di competitività, due fenomeni a cui si fece fronte con deprezzamenti della moneta, che alimentavano a loro volta l’inflazione. Ovvio il pericolo di una spirale diabolica e destabilizzante.  
            Ebbene, la sinistra comunista iniziò a trovarsi davanti un groviglio di dilemmi:
*La soluzione più razionale e logica avrebbe potuto essere la cosiddetta ‘politica dei redditi’, efficacemente praticata ad esempio in Germania, agganciando gli aumenti salariali agli aumenti della produttività e a un aumento controllato dell’inflazione (per di più presidiato con il ‘fucile in spalla’ dalla Bundesbank, la Banca centrale più rigorista del mondo). Ma il ribellismo del mondo del lavoro italiano non lo avrebbe permesso. Come sfidare la base del proprio consenso? La soluzione avrebbe potuto essere il compromesso storico. Ma la via era sbarrata dagli USA. Nulla da fare.
            **La soluzione più facile, ma anche più catastrofica sarebbe stata quella di lasciare andare le cose da sole, vedendo scivolare il Paese in tassi sempre più alti di inflazione, fino a quando l’inflazione si sarebbe tramutata in iperinflazione (uno scenario sudamericano). Questo era in fondo lo scenario peggiore.
            ***La soluzione meno conforme alla tradizione della sinistra e del movimento operaio sarebbe stata quella di affidarsi a politiche restrittive classiche, meglio, neo-classiche: tassi di interesse alti, contenimento della spesa pubblica, aggancio del cambio della lira a quello delle monete forti (del DM soprattutto). Ma come fare digerire ‘sta cosa alla base?

            La prima via fu tentata, non solo per motivi di politica economica, ma innanzitutto di politica tout court. Ma l’avance trovò il veto esterno.
            Non rimaneva che barcamenarsi tra il seguire il ‘richiamo della foresta’, cioè il seguire l’umore e le opinioni della base operaia, e il lento avvicinamento a posizioni di politica economica restrittiva, ma anche qui con ondeggiamenti tattici. Così si spiegano fatti piuttosto contraddittori tra di loro.  
Ad esempio, nel 1978, il PCI si oppose a che l’Italia entrasse nel Sistema monetario europeo. Allora, Giorgio Napolitano prese la parola in Parlamento per criticare il passaggio ad un sistema di cambi fissati, anche se modificabili, come l’anticamera di pesanti politiche antioperaie. Di certo, consigliato da Luciano Barca e da Luigi Spaventa, aveva visto giusto. Infatti, per mantenere la competitività del sistema produttivo italiano, se veniva meno il deprezzamento della lira, allora si doveva ricorrere a quella che oggi viene chiamata ‘svalutazione interna’, cioè alla compressione dei salari. L’opposizione non fu però né feroce, né portata nelle piazze o nelle fabbriche. Dunque il Pci non sostenne il progetto, ma lasciò fare ai Ciampi, agli Andreatta, ai Padoa-Schioppa di turno.
            Negli anni ottanta il PCI si batté, in un referendum, per il mantenimento della cosiddetta ‘scala mobile’, ovvero per il mantenimento del punto unico di contingenza, cioè per un adeguamento stretto e automatico dei salari all’inflazione. Ma il referendum, un cavallo di battaglia dell’allora centro-sinistra e di Bettino Craxi, fu vinto dai partiti di governo e perso dal PCI.
            Contestualmente però Berlinguer, leader del PCI, iniziò a parlare di austerità come una virtù, ed abbinò questo tema a quello della moralizzazione del Paese e del mondo della politica, alla battaglia contro la corruzione e l’evasione fiscale.
            Contemporaneamente, importanti economisti legati al PCI, come Luigi Spaventa e Padoan, si convinsero che il keynesismo andasse abbandonato. Insomma, il PCI si adeguò e lasciò passare il terzo tipo di soluzione di cui ho appena parlato.  
            Dunque, i guai, prima del PCI, poi dei lavoratori, e infine dell’intero Paese vengono da lontano – ormai, con l’attuale crisi che, come dice benissimo Giacché, ha un padre, l’Euro, e una madre, la Germania, lo vedono anche i miopi.


Circa ( B ).   E veniamo ora ai registi della ‘grande svolta’ per il Paese: Carli, Ciampi, Andreatta, Padoa-Schioppa, Draghi, Amato, ecc. A parte Carli, un liberale centrista, gli altri hanno sempre militato nella sinistra riformista. Un loro mentore fu certamente Ugo La Malfa, a lungo segretario del PRI, un grande politico, laico e di centro-sinistra, che si batté per decenni per la programmazione economica e la politica dei redditi, un riformista con le carte in regola e che guardava lontano. A fiancheggiarlo fu sempre Franco Modigliani, un economista neo-keynesiano, premio Nobel nel 1985.
            Ma a fornirci in modo più esplicito la chiave di lettura della svolta fu Guido Carli, che elaborò per primo la teoria del vincolo esterno. La teoria italiana del “vincolo esterno“ – tra l’altro il termine viene ormai riportato nella letteratura economica e politologica internazionale sempre in italiano – ci dice questo: il Paese è irriformabile dall’interno, perché non è possibile un accordo di lungo periodo tra le parti sociali e non c’è una condivisione bipartisan a livello politico e parlamentare sul disciplinamento economico. Pertanto l’Italia va agganciata a doppio filo a forze esterne, cioè a economie nazionali estere e a istituzioni europee che avrebbero imposto dal di fuori il rigore economico. Da allora iniziò a risuonare il mantra “ce lo chiede l’Europa”.  Poi, tra i politologi, soprattutto stranieri, il “vincolo esterno” cominciò a significare più genericamente che, con il processo di integrazione europea incardinato sull’Euro, per gli stati e le società nazionali si sarebbe creato un condizionamento esterno alle politiche economiche e sociali. Con ciò, si sarebbe avviata una fase di limitazione delle sovranità nazionali. E scusate se è poco.
            Ma torniamo ora ai nostri. Questi videro con maggiore lucidità, e minori patemi rispetto a comunisti ed ex-comunisti – visto che credevano e credono in un’economia di mercato la cui unica variabile indipendente sono il capitale e la sua redditività – quel che si sarebbe dovuto fare.  
La prima mossa già si rivelò di portata strategica: il cosiddetto “divorzio Banca d’Italia / Ministero del Tesoro” del 1981. Togliendo l’obbligo alla B.d.I. di comperare sul mercato primario i titoli di Stato, che subito di fatto divenne un divieto, si voleva che i tassi d’interesse sul debito pubblico si innalzassero ben oltre il tasso d’inflazione. Si sarebbe così creata una forte pressione al contenimento della spesa pubblica e dei salari.
            Fu un azzardo, un’enorme forzatura che creò danni notevoli. Per circa 14 anni i tassi reali sui titoli del debito pubblico a medio termine si collocarono mediamente attorno al 5,7%. Risultato: maggiori spese anche per gli investimenti privati, maggiori rendite ‘facili’, per la gioia dei risparmiatori piccoli e grandi, ma soprattutto dei grandi capitalisti che ebbero l’occasione di aumentare il loro capitale in modo improduttivo. Ma non è finita. Il debito pubblico passò in circa 10 anni dal 59% del PIL al 120%. L’economista Ignazio Musu stima, nel suo bel libretto sul debito pubblico edito da Il Mulino, che per 1/3 quell’incremento sia da addebitare alla spesa pubblica e per 2/3 agli onerosi interessi sul debito. Ancora oggi, invece, si straparla degli anni ottanta come del decennio della politica da cicala e clientelare del PSI e della DC.
            A livello internazionale, l’onere di stare nel Sistema Monetario Europeo, cioè di tenere il tasso di cambio sul DM il più fisso possibile, si traduceva anch’esso in tassi di interesse più alti che tarpavano le ali a chi voleva investire e produrre. Il tutto fu ammortizzato però da un brillante sviluppo della domanda interna, in parte trainata anche dai rendimenti sui titoli del debito pubblico (il Bot-people  aumentava il proprio reddito con un’interessante voce di entrata e quindi consumava di più). Il rovescio della medaglia: l’innalzamento del carico fiscale che puniva i lavoratori dipendenti e le imprese che non riuscivano a sfuggire alle maglie del fisco. In poche parole, questa dinamica divenne anche un sistema di redistribuzione del reddito dall’universo dei produttori a quello dei redditieri (piccoli e grandi).
            A questo si aggiunse la spinta a liquidare il sistema delle partecipazioni statali e ad avviare la politica delle privatizzazioni. Come ben si vede: creata una forte pressione sul e attraverso il debito pubblico, si indicò come soluzione la politica dello ‘stato leggero’. Le privatizzazioni furono poi una ghiotta occasione per molte famiglie del capitalismo italiano per acquistare a prezzi ultraconvenienti ciò che avrebbero poi rivenduto o gestito in modo assai lucrativo (si pensi ai Tronchetti-Provera, ai Benetton, ai Colaninno o ai De Benedetti).
            Risultato: la perdita della grande industria, parastatale e privata, e uno sviluppo sempre più dipendente dai successi della piccola e media industria, senza quasi leader industriali in grado di fare tanta ricerca e sviluppo e che facessero da punto di riferimento per i medio-piccoli. In poche parole: l’indebolimento dell’apparato produttivo del Paese, a tutto vantaggio dei “partener europei”, soprattutto Germania e Francia. Ma questo lo richiedeva il piano di affidare i destini del Paese alla creazione di un unico mercato europeo del capitale, con suoi nuovi centri decisionali e di potere, con le sue belle istituzioni, con le sue Banche centrali non più controllate dai governi democraticamente eletti, con le sue élite tecnocratiche e sempre più germano-centriche.
            Ben si vede da questo quadro che fu questo secondo grande filone della sinistra, quello liberale e/o liberista, a menare le danze e a determinare la costituzione materiale del Paese negli ultimi 25 anni. Guai a dimenticarselo.
            Ma non è ancora finita. La cultura più radicale della sinistra si perse, si accomodò e assimilò il pensiero dominante. Basti pensare a gente come D’Alema, Bersani o Fassino, o ai rampolli della vecchia dirigenza comunista, a tecnocrati come Fabrizio Barca, a Pietro o a Lucrezia Reichlin, a gente come Franco De Benedetti, a un Chicco Testa.
            I più profondi guai della sinistra, e, aggiungo, del Paese, coincidono con la storia che vi ho appena raccontato, con il perdersi di una cultura economica keynesiana, con la perdita di contatto con gli interessi dei lavoratori (che non a caso presto si misero a diffidare dei vecchi ancoraggi e cominciarono a votare massicciamente la Lega o Forza Italia). Così la sinistra si è snaturata e si è persa. C’erano dunque tutte le premesse per un naufragio, per un annaspare attaccati ai resti del vascello, insomma… rari nantes in gurgite vasto (Virgilio).


*                     *                     *

            Chiarito il contesto in cui la sinistra italiana, in tutti i suoi variegati settori, perse la sua identità di fondo, vorrei passare a caratterizzare concisamente come la sinistra italiana cambiò pelle e come affrontò la sfida della destra.

            *I temi e le battaglie qualificanti che impegnarono in modo crescente la sinistra divennero quelle dei diritti civili, presi sempre più in consegna, dopo la svolta, avvenuta negli anni settanta con l’introduzione del divorzio e la depenalizzazione dell’aborto. Così iniziò la battaglia per l’uguaglianza tra i generi, contro la violenza sulle donne, per i diritti degli omosessuali. Tutto questo aveva la connotazione di un necessario avanzamento verso un maggior cosmopolitismo. Più tardi nacque da questa cultura la forte attenzione per l’integrazione dei migranti provenienti dal cosiddetto terzo mondo.
            **Un altro fronte fu quello dell’ecologismo, per il diritto alla salute, per modi di vita che affermassero il diritto a cibi non contaminati, anche per difendere il settore agroalimentare tradizionale, attaccato dall’industria alimentare e dai cibi di massa.
            ***L’europeismo è poi diventato una sorta di casa comune di tutta la sinistra, da quella più moderata, amica del progetto tecnocratico di disciplinamento capitalistico del Paese, a quella più estrema, alla cultura antagonista, che però coltivava il sogno abbastanza ingenuo di un  multiculturalismo veloce, ‘facile’ e pervasivo, che perdeva di vista le specificità culturali accumulatesi nel lungo lavorio della storia. E l’Europa era vista a sinistra come il luogo privilegiato di rigenerazione nazionale e di cura dei nostri mali atavici.
La cosa assumeva poi, tra i paladini del federalismo e della confluenza degli stati nell’unico alveo europeo, forme francamente inquietanti. Considero infatti avventuriste e deboli nelle sue basi teoriche, posizioni alla Altiero Spinelli. Come si può parlare di democrazia europea senza un demos europeo? O forse si crede di poterlo creare in fretta con un bel progetto di ingegneria sociale e culturale? Trovo dunque dannosi e fuorvianti i viaggi a Ventotene sulla sua tomba, anche se intrapresi con le migliori intenzioni, viaggi che sono il segno di come i danni che hanno origine dalla cultura federalista siano profondi, di lunga durata, danni comuni a tutta la sinistra.
Abbiamo nel frattempo capito come il progetto europeista, così come è stato concepito e realizzato, abbia veicolato i valori e le linee guida del liberismo in Europa. Eppure a sinistra troppi si incapponiscono ancora su cose che fanno accapponare la pelle. Ad esempio, si legga questa citazione di A. Spinelli, dal suo Diario, 12 aprile 1953: “(…) Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi avrà bisogno d una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono”. [In Diario europeo (1948-1969), A. Spinelli, il Mulino, 1989, p. 175].
****Un’altra grande direttrice per l’azione della sinistra è stata la battaglia, verrebbe da dire, la guerriglia quotidiana, al berlusconismo. Facciamo mente locale sugli elementi qualificanti di quell’azione: la difesa della democrazia parlamentare nei suoi principi e nelle sue istituzioni, la difesa dell’idea di Stato e del bene comune attaccato e corroso dal privatismo destrorso, la lotta contro la volgarità e l’edonismo, da maga Circe, del Berlusca, la denuncia del conflitto di interessi quale elemento destabilizzante in politica e nelle istituzioni, la difesa di un galateo del discorso politico e linguistico democratico (il politically correct). Ne nacque anche una sorta di distanza antropologica dal leghismo e dal berlusconismo, in parte comprensibile, in parte dannosa poiché generatrice di una sorta di senso di superiorità, una cosa che mai aiuta a fare i conti con la realtà, che anzi ha portato la sinistra a sviluppare una nuova sindrome ideologica. Insomma, a giuste battaglie, che fanno onore alla sinistra, si appaiò una perdita di lucidità.
*****Penso infatti alla tendenza a sentirsi traditi dagli italiani, visti come un popolo corrompibile, premoderno, vittima dell’ignoranza e del campanilismo, di forme di basso utilitarismo, un popolo privo di senso civico. C’è naturalmente del vero in questo, ma un conto è capirlo e afferrarlo nella sua dimensione storica, per prendere le contromisure, un altro conto è pronunciare anatemi  liquidatori o mettersi a fare la parte dell’anima bella. Infatti, nella sinistra, si è vista una proliferazione venefica di anime belle.
******Un altro elemento necessario all’opera di arginamento del berlusconismo fu l’abbarbicarsi alle proprie roccaforti, che andavano assolutamente tenute: certe regioni, la maggioranza nella Magistratura, la Presidenza della Repubblica. Ma fu anche necessario, spesso, non guardare tanto per il sottile e, nella ricerca del consenso, la sinistra dovette allearsi a clientele o coltivarle essa stessa. Ecco perché, in anni recenti, la si è identificata sempre di più con una buona fetta della “casta”.
*******In tutte queste convulsioni, negli intrecci del progetto europeista, nella difesa dei diritti civili e dei principi democratici, perso l’aggancio con la metà più povera della popolazione e con gli operai, la sinistra è diventata sempre di più la casa del ceto medio urbanizzato, della borghesia del sapere, dei dipendenti pubblici, degli insegnanti, dei pensionati (formatisi nei “trenta gloriosi”). La svolta valoriale della sinistra è lì da vedere, come l’incapacità del suo ceto politico a dialogare con il Paese, per via della sua autoreferenzialità.
********L’apoteosi del disastro si ebbe nel 2011-2013. Una volta riuscito a disarcionare Berlusconi, con l’aiuto di nuovo del “vincolo esterno“, si avviò la fase del governo Monti. Quando ebbe in mano la chance della vita, la dirigenza delle sinistra si affrettò ad affidare a Monti l’inizio del cambiamento. Si dice che Napolitano abbia chiesto consiglio a D’Alema su chi nominare capo del governo e che questi abbia fatto il nome di Monti.  Fatto sta che quest’ ultimo  iniziò il suo lavoro, quello di lacchè della Merkel. L’appoggio del PD fu sincero e fermo. Si sentì anche un Bersani vaneggiare di “austerità di sinistra”. Vertigini da quasi-potere.
Ma non era ancora finita. Venne poi il momento di accettare il Fiscal compact e di metterlo perfino in Costituzione, cambiando l’articolo 81. La modifica fu fatta senza discussione in Parlamento. Si aveva fretta di cacciarsi in un vicolo cieco. Si raggiunse facilmente la maggioranza dei due terzi. Solo l’Italia dei Valori votò contro. Le volpi della Lega si astennero.
E poi si doveva difendere a spada tratta Monti, il baluardo europeo, che però lavorava per conto della tecnocrazia di Bruxelles e di Berlino. A dire il vero ho pensato per un certo periodo che Monti facesse concessioni per ottenere in contropartita dei vantaggi per il Paese, come gli eurobonds ed il nulla osta per fare investimenti in infrastrutture, da tenere al di fuori del debito pubblico. Queste cose le propose anche. Ma la Germania rispose picche. Mi immaginavo che Monti e i suoi sostenitori avessero un piano B, cha sapessero ricattare i ricattatori. E invece nulla. La sinistra insistette nella manovra restrittiva ancora quando fu chiaro che non avremmo avuto in cambio nulla.
Il PD a guida bersaniana restò incollato al governo anche quando incominciò ad arrivare il conto dell’IMU. L’astuto Berlusconi subito si smarcò. Ma il piacentino rimase imperterrito, a fare l’uomo di governo, serio, necessariamente anche antipopolare, e fece la campagna elettorale più imbecille della storia della sinistra: la smacchiatura del giaguaro. Credeva che questo gli sarebbe caduto in braccio e non aveva capito nulla della rabbia che montava nel Paese. E così ci trovammo sotto casa il frinito assordante della potenza grillina. E per un gruzzolo di voti la coalizione berlusconiana non ebbe la maggioranza.
Ho scritto in modo sarcastico o ironico, ma c’è poco da ridere. Nella lotta a Berlusconi e nel bersi le nefandezze europee, la sinistra italiana si è snaturata, si è persa, si è sfilacciata. La sua classe dirigente ha perso la bussola, è fallita. Lo vediamo anche da come si è divisa ora sulla questione del referendum costituzionale.



*** TERZA PARTE ***


            La mia analisi mi ha finora condotto a queste conclusioni:

a ) la nostra democrazia è scivolata poco alla volta nell’oclocrazia; questo va addebitato in buona sostanza alla destra, anche se al momento il veicolo principale di questa degenerazione è diventato il M5S;

b ) nel corso del tempo si è sbriciolata una classe dirigente degna di questo nome; di più, da anni l’humus politico del Paese impedisce che una nuova classe dirigente si formi; appena qualcuno abbozza qualche modifica razionale allo status quo diventa il bersaglio di ogni tipo di critica; quel che ci si presenta è troppo spesso uno scadente spettacolo di dilettanti allo sbaraglio o di volponi in mala fede;

c ) la crisi economica del Paese ha radici lontane; radici che affondano nella particolarità dei vincoli esterni del Paese: il primo, dettato dalla Guerra Fredda e dall’impossibilità di una sana democrazia dell’alternanza; il secondo, legato al primo, consegnò il Paese inerme alle forze del mercato e all’egemonia economica dei paesi più forti in Europa, la Francia e la Germania;

d ) il progetto europeo-europeista è diventato una trappola da cui è possibile uscire solo riprendendoci in pieno la sovranità monetaria e fiscale; ciò non significa smantellare l’UE, ma porre fine al progetto dell’Euro;

e ) le forze di sinistra sono corresponsabili dei guai al tessuto economico a cui mi riferivo al punto ( c ); purtroppo non c’è piena coscienza di questo fatto e la sinistra è prigioniera di una ideologia secondo la quale sono lo Stato ed il debito pubblico i nostri guai e i nostri peccati, mentre l’Europa la cura; questa è una vera stranezza; la sinistra deve invece convincersi che solo un coerente e ben pensato programma keynesiano ci può salvare.

            Provo ora a sviluppare una riflessione in positivo, che abbozzi soluzioni all’altezza dei problemi. Lo faccio però sempre partendo da un breve accenno al negativo.

            La cosa che forse più mi ha impressionato in queste settimane, trascorse nel vortice referendario, è il vedere lo sfilacciamento delle singole culture politiche e nel constatare con che acrimonia culture fino a poco tempo fa vicinissime si siano divise e si combattano senza esclusione di colpi. Un po’ è nella natura di un confronto referendario. Ma qui si sta esagerando. Il ricordo va alle guerre per bande tra le fazioni medievali. Si corre il rischio di finire in un gorgo di frammentazioni non più componibile. Questo fa da sfondo e forse dà un colore particolare a quanto sto per scrivere. Cerco però di radunare le idee andando al nocciolo delle questioni.


( I )


            La sinistra ha perso la bussola, ha perso il contatto con gli interessi e le istanze dei ceti popolari, che dovrebbe invece rappresentare. La narrazione dominante è da troppo tempo quasi solo quella dei diritti civili e dei valori identitari di chi si sente un progressista e un buon cosmopolita, di chi ha una visione sublimata e sublimante della democrazia, fino a sconfinare nel democraticismo.
Il ceto medio che la dirige, e che ha sposato con troppa leggerezza la tesi che la globalizzazione mondiale ed europea ­ siano un bene in sé e per sé, eccezion fatta per gli eccessi degli gnomi della finanza, deve ammettere il proprio fallimento. È indispensabile che vada a sentire la voce dei perdenti del progetto europeo e della globalizzazione mondiale. Questi sono i lavoratori dipendenti e i disoccupati, sono i giovani, ma anche imprenditori finiti sotto le ruote dell’austerità, del predominio del grande capitale, di un modello di sviluppo trainato dall’export e penalizzante il consumo interno, il settore agroalimentare e la cosiddetta industria leggera. 
            Vanno riaperti, o creati dal nulla, canali di comunicazione con questi gruppi sociali, ceti o classi, o spezzoni di queste. Il maggiore ostacolo per questo lavoro è l’ideologia eurista e liberista che va smontata in un processo di purificazione autocritico. È necessaria una grande discussione e una grande disponibilità a sentire tutte le voci.



( II )



            Il keynesismo è l’unico indirizzo di politica economica che può salvarci dalla crisi, figlia del liberismo. È l’unico modello che critica alla radice, nei fondamenti teorici e nella politica economica, la pretesa che il libero mercato conduca all’allocazione ottimale dei fattori della produzione (capitale, lavoro, risorse tecnologiche), a ottimizzare la funzione della moneta e al mantenimento del suo valore, alla migliore valorizzazione del risparmio.
            Il libero mercato può tante cose, va salvaguardato, ma non conduce a tutte quelle mirabolanti cose. La prima vittima è certamente il lavoro. I modelli liberisti non solo non portano alla piena occupazione, ma implicano sempre un certo tasso di disoccupazione, più o meno alto, il che significa, nel gergo dello stesso homo oeconomicus, spreco di risorse. Questo lo ammettono gli stessi liberisti. Hanno infatti sviluppato modelli per calcolare quale tasso di disoccupazione sia funzionale a tenere bassa l’inflazione. Ad esempio, i tecnocrati di Bruxelles ora calcolano che la disoccupazione fisiologica, cioè ‘buona’, nel nostro Paese dovrebbe essere del 10,5%. Per la Spagna la soglia ‘giusta’ sarebbe del 18%.
            Il keynesismo invece ha come stella polare la piena occupazione ed usa come bussola della politica economica la domanda aggregata (consumi + investimenti). Questa non deve scendere sotto una certa soglia, altrimenti la produzione si ‘strozza’. Un ruolo centrale viene riconosciuto allo Stato, come agente e regolatore macroeconomico.
Questi brevi accenni non esauriscono di certo i pilastri della teoria keynesiana e delle politiche economiche che ne discendono. Tra l’altro, ci sono diverse scuole keynesiane che mettono l’accento su differenti aspetti. Resta il fatto che tra di esse c’è un minimo di consenso, sufficiente ad accomunarle nella critica al liberismo.
Sia come sia, non è difficile dimostrare che il keynesismo si attaglia ai valori base della sinistra e agli interessi dei ceti popolari. Non solo, non è difficile dimostrare che la nostra Costituzione era e resta keynesiana, a parte lo sfregio dell’attuale articolo 81.
Solo il keynesismo può riaprire speranze, farci invertire la rotta e può ridare fiato e gambe alla democrazia. E la svolta che va impressa ci riporterà in parte al passato. Vedo ad esempio come un passaggio ineludibile il ritorno alle Partecipazioni statali. Qualcuno lo dica a Bersani, a D’Alema o a Chicco Testa. Se mi date il loro indirizzi mail lo faccio io stesso.





( III )



            La piena sovranità nazionale va assolutamente recuperata. Due pezzi indispensabili, la sovranità fiscale e quella monetaria, mancano all’appello. Il ritorno ad essi, lo sappiamo, non può avvenire nel quadro dell’Euro. Come si configurerà il passaggio e dove approderemo ancora è da vedere. Non dipenderà solo da noi, ma di certo l’Italia è un Paese già troppo colpito nel profondo per tergiversare. Anche perché ne va della democrazia, del ritorno dall’oclocrazia alla democrazia.
           
            L’Europa va salvata dall’Euro. Quale sarà il quadro dei rapporti economici tra le economie nazionali non è ancora chiaro.
*Il modello migliore sarebbe quello di un ritorno alle monete nazionali, ma con al centro una moneta comune ( e non unica ), qualcosa di simile all’ECU degli anni ’80 e ’90. Una moneta che abbia un valore calcolato in base a un paniere ponderato delle monete nazionali. Non solo. Servirebbero meccanismi per creare un equilibrio tra le bilance commerciali dei paesi membri. Qui, ancora una volta, il pensiero va a Keynes, che negli anni quaranta del secolo scorso capì per primo il problema ed elaborò un sistema per il riequilibrio dinamico tra le differenti economie nazionali. Il progetto venne però bocciato nel 1944 a Bretton Woods.
Il problema di questo modello è che necessita di una grande accordo politico, centrato sui concetti di equilibrio ed equità. Al momento le condizioni non ci sono, soprattutto a causa delle nazioni neo-mercantiliste, Germania in testa.
**Un’altra, più modesta soluzione, sarebbe un sostanziale ritorno al Sistema Monetario Europeo, ma concepito in modo più cooperativo, e meno autoritario di quanto fosse negli anni ’80 e ’90 e abbastanza elastico da permettere a tutti di rimanerci. Andrebbe anche trovato un accordo sul livello di inflazione tendenzialmente comune, di certo più alto di quello che ci ha imposto la Germania.
           
            Ora, permettetemi un appunto sul termine “nazionale”, un termine deturpato dal fascismo, un termine, a sinistra, sempre usato con le pinze, con mille riserve. È ora di sgombrare il campo da troppe paturnie. Sappiamo che ‘fa fino’ mostrarsi uomini e donne di mondo, internazionalizzati/e, cosmopoliti. Del resto, noi italiani siamo inguaribilmente esterofili. Portiamo in noi un certo senso di inferiorità. Liberiamoci di questi fantasmi del passato e non esitiamo a parlare apertamente di interesse nazionale e a sostenerlo, soprattutto di fronte a francesi e tedeschi. Ci capiranno al volo.

            Tra l’altro, sembra un’utopia, ma un sano cosmopolitismo avrà delle chance in Europa se e solo se un popolo cosmopolita fino al midollo come il nostro riesce ad affermarsi a spese di popoli poco o nulla cosmopoliti (vedi di nuovo i due appena citati).

           
( IV )


           
Ora come ora, dove si trovano meno dilettanti allo sbaraglio? Dove esiste una discussione, non sempre lucida, ma pur una discussione, nel marasma politico italiano? Dove troviamo ancora un partito, seppur più debole di quelli del passato, in cui è ancora possibile selezionare una classe dirigente, metterla alla prova, controllarla e giudicarla? Quel luogo è, nella situazione attuale, un patrimonio per il Paese intero. L’avete capito, si tratta del PD. Altrove non saprei dove mettere le mani. Gli altri, più che partiti liquidi o reti di comunicazione moderna, sono delle accozzaglie poco trasparenti, malate di personalismo e di leaderismo d’accatto (un altro vecchio male italiano). Lasciamo da parte anche le frattaglie di vecchi partiti, elementi residuali di un passato anche glorioso e mai capaci di mettersi in sintonia con ampi settori sociali. Tutti gli altri sono la prova in negativo che in una democrazia moderna, dinamica e complessa, chi non è all’altezza della forma-partito provoca danni.

Mi preme anche sottolineare come, a mio avviso, su alcuni aspetti strategici il programma del PD sia sbagliato o inadeguato. Non sono, ovviamente, nemmeno a proporre il partito unico. Dico solo che qualsiasi altra forza politica dovrebbe raggiungere come minimo il livello di discussione e di organizzazione del PD, sebbene questo non sia ancora sufficiente.  

Credo anche che la democrazia al suo interno necessiti di alternanza e di alternative. Abbiamo un estremo bisogno che anche a destra si crei un partito o un blocco, articolato, che discuta di programmi, che abbia in sé una vita democratica. Ma non se ne vede nemmeno lontanamente la sagoma. La destra è, da questo punto di vista, molto inadeguata e indietro rispetto alla sinistra.

            Detto questo, e visto che dovremmo agire piuttosto rapidamente, affinché dall’oclocrazia non si passi a qualcosa di peggio, mi pongo e vi pongo la domanda: stando le cose come stanno, è giusto aspettare che si inneschino processi spontanei di agglutinazione dal basso di ciò che esiste, oppure vivere nella frammentazione sperando che le forze esistenti trovino accordi per affrontare in modo razionale i nostri problemi? Sarebbe una grande ingenuità. Abbiamo invece bisogno di costringere tutti, noi stessi innanzitutto, alla sintesi delle posizioni e degli interessi e trovare dei catalizzatori che agiscano in fretta.

            Non solo. Visto come siamo messi, è lecito chiedersi quanti dovrebbero essere i blocchi. Io direi: due e solo due. In questa fase, già tre sono troppi. Invito a riflettere sul fatto che per ricostruire una classe dirigente, e far sì che innervi lo Stato in tutte le sue articolazioni, senza però che lo occupi come fa un partito unico, servono partiti alternativi, organizzati democraticamente, con molte risorse. Risorse che servono per attivare la comunicazione, ma anche la formazione del personale politico e di quello istituzionale. Servono anche centri studi ben coordinati. Servirebbe, visti come siamo messi, che un partito avesse alla spalle una propria università, con tante facoltà ‘pesanti’. In questo, i partiti dovrebbero imparare dalla Chiesa. Quando nasceva o nasce un nuovo ordine religioso, tra le prime cose, che faceva o fa? Fonda una propria università. Visto poi che la Chiesa cattolica opera nel mondo, è poi logico che ci siano più università per un ordine religioso. È così che si forma la classe dirigente, non con i blog alla Grillo.

            A proposito di Grillo e del M5S. La loro protesta, anche se spesso sopra le righe, è legittima. Hanno incanalato una grande protesta che montava nel Paese, le hanno dato voce. Ciò non toglie che le analisi che fanno, la cultura che incarnano, le proposte che avanzano siano assolutamente furori luogo. Detto in modo franco, rincoglioniscono sé stessi e gli altri, creano o enfatizzano bersagli sbagliati; e quando individuano quelli giusti le proposte fanno cadere le braccia. L’analisi, che è diventata quasi senso comune, insiste nell’affermare che la corruzione sia l’origine di tutti i nostri mal. Ne discendono parole d’ordine semplicistiche e qualunquistiche come il grido “onestà” e “trasparenza”. E soprattutto, con il M5S, avanzano legioni di dilettanti allo sbaraglio. Non è più tempo per queste cose.

            Abbiamo grandi problemi e risorse scarse, la situazione è estremamente grave, è bene che il Paese si concentri su due poli, e solo due. Due poli dal profilo e dagli interessi chiari. Dobbiamo porci in una logica binaria, non rassegnarci al tripolarismo. Quello che non è né carne né pesce non va servito a tavola. Si deve poi pretendere che i due poli o partiti trovino delle aree di consenso nazionale.

            Logica vuole che, se queste riflessioni sono giuste, si vada verso un sistema elettorale che incentivi il bipolarismo o il bipartitismo. Meglio il bipartitismo. Qualche anno fa non lo avrei pensato, né detto, né scritto. La situazione è peggiorata. Ben venga l’Italicum. Ecco anche perché ritengo autolesionismo puro il proporzionale puro, una cosa da cupio dissolvi. Quando il Paese sarà stato risanato se ne riparlerà. Infatti non esistono sistemi elettorali buoni per qualunque contingenza, quali incarnazioni dell’idea platonica di democrazia.


Heidelberg, 26 / 11 / 2016

Beppe Vandai























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